Il gossip TV cucinato da una under 30 ;)
In attesa del ritorno su Canale 5 di Dr House, qualche riflessione sulle serie americane e il loro rapporto con il cinema.
Il palinsesto italiano è stato letteralmente plasmato dai telefilm: a loro, tra Rai e Mediaset, nel 2007 è stato dedicato il 36 per cento della programmazione. E il risultato della massiccia messa in onda non è solo in termini di ascolti, ma anche di pubblico. Le serie hanno riportato davanti alla Tv un target – tra i 15 e i 44 anni - di solito refrattario al consumo televisivo analogico, giudicato solitamente di bassa qualità. Ora persino i critici, di fronte ai telefim Usa, parlano di “buona Tv”. E si tende sempre più ad abbandonare i reality a favore dei prodotti seriali, importati, ma anche autoprodotti.
Tra i temi affrontati dalle serie televisive americane (oltre a quelli tabù affrontati dal filone medical e da Dr House: il dolore, la morte e la malattia) spiccano la famiglia e i suoi
travagli, l’emancipazione della donna, la crisi della coppia e la relazione tra gender, l’identità omosessuale. Il tutto trattato con un taglio realistico e uno sguardo disincantato e divertito.
Il telefilm è forse il genere che più spinge a conoscere mondi nostri e altrui e lo fa con una sedimentazione di codici e stili che, se da un lato, appartengono al linguaggio cinematografico, dall’altro vengono riproposti con le modalità di flusso tipiche del mezzo televisivo. Caratteristica della postmodernità è il continuo riciclo delle idee, la propensione al remake e allo spin-off e lo sfruttamento su più media degli stessi prodotti. Il cinema e la televisione, un giorno nemici, oggi alleati, si sono dati da fare nell’appropriarsi dei meccanismi di successo dell’altro.
La Tv si nutre dell’immaginario comune, il cinema è stato (ed è) cibo per le serie (paradossale il caso di Buffy, film horror mediocre che nel 1992 è passato inosservato al botteghino, ma che ha dato spunto per un grande successo televisivo e ora anche per un fumetto). E’ anche vero che, da qualche tempo, il piccolo schermo restituisce il favore (attesissima, per esempio, la trasposizione cinematografica della serie Sex and the city).
In realtà, le opportunità di investimento pubblicitario offerto dalle nuove serie Tv Usa non si fermano al mezzo televisivo: il carattere cult di alcuni titoli di successo porta gli stessi a vivere molte vite (contemporanee, successive o addirittura precedenti) rispetto alla semplice messa in onda sul piccolo schermo. E c’è chi ha già intuito le potenzialità del brand (marchio): sempre più investitori scelgono di legarsi a un telefilm di culto e di seguirlo nelle sue manifestazioni su diversi mezzi e piattaforme. Oltre al Web, dove proliferano siti e blog dedicati alle serie Tv (Dr House in primis), un esempio significativo è dato dalla nascita di riviste (come Telefilm magazine) ed eventi (come il Telefilm festival) esplicitamente dedicati al telefilm.
Interessante sarebbe studiare lo scontro diretto e concreto tra queste due diverse anime - da una parte le esigenze degli investitori pubblicitari e dall’altra le aspettative delle “vittime” del fandom (ovvero delle “forme di fruizione intensa, dedicata, appassionata sino all’estremo limite dell’immedesimazione”, definizione di Massimo Scaglioni) - per capire gli sviluppi dei fenomeni di telefilia in un panorama mediatico a 360 gradi (fumetto, Internet, periodici, nuova telefonia, ecc). Il tutto sempre alla luce del contesto storico, sociale e culturale.
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