Il gossip TV cucinato da una under 30 ;)
Nip/Tuck: la 5.a stagione su Mya e a settembre su Italia 1.
Da parte mia nessuno spoiler, ma qualche riflessione sulla trama (per alcuni nella quinta stagione un po' troppo sconclusionata. La nuova serie è ambientata a Miami e vede il ritorno del personaggio di Julia).
In Nip/Tuck i temi civili si fondono con quelli eterni.
La chirurgia plastica (e tutti gli interrogativi etici ad essa legati: è giusto ricorrere a un intervento esteriore quando il problema è spesso solo interiore?), tanto di moda nel nuovo millennio, diventa un pretesto per raccontare i disagi sotto pelle e rimanda al tema della caducità delle cose umane, bellezza in primis.
Il personaggio più complesso della serie è senz’altro Christian Troy, che riassume in sé il tratto distintivo dell’antesignano mitico Narciso: l’essere innamorato di se stesso a tal punto da non avere mai provato amore per le tante donne con cui è stato.
Nella figura de Il Macellaio - uno psicopatico (di professione chirurgo plastico) che sfregia le sue vittime sostenendo che la bellezza sia una sventura per il mondo e che nasconda il nostro essere mostri - riscontriamo invece la prospettiva morale della cultura cristiana, che condanna il culto dell’avvenenza fisica e la ricerca del piacere. Non per niente il suo personaggio, Quentin Costa, è nato senza pene.
Per quanto riguarda ancora i temi eterni, durante la serie si riflette anche sul complesso di Edipo e le pulsioni omoerotiche (sempre attraverso la figura del figlio di Christian, Matt), mentre per quanto concerne quelli civili si dà molto spazio al “diverso”: incontriamo più volte figure di transessuali, spesso ripudiate dalla società.
Come nella tragedia greca, la colpa si abbatte sull’innocente: Julia rimane incinta del marito durante una triste notte di sesso e scopre di lì a poco, tramite un’ecografia, che il feto soffre di ectrodattilia, una malattia genetica che comporta lo sviluppo incompleto degli arti.
Il figlio dei McNamara, Connor, con le sue mani deformi, è punizione e al contempo “rivelazione” per la sbandatissima coppia di genitori.
I personaggi che si rivelano attraverso l'azione seriale sono abietti: Sean McNamara è debole e fedifrago; l’amico e collega Christian Troy un Narciso privo di morale (nel corso delle stagioni si scopre che da piccolo ha subito abusi dal patrigno. Si riscatta - come uomo - proprio nelle vesti di padre: sia con il figlio biologico Matt che con quello adottivo Wilbur, mostra il suo lato più sensibile); Julia McNamara tradisce il marito (e ha un figlio, Matt) proprio con il migliore amico di entrambi, Christian; Matt McNamara è un dissoluto e la sua perversione/masochismo si rispecchia nelle azioni (prova a circoncidersi da solo; si fidanza con Ava, di 20 anni più grande ed ex uomo; poi passa ad Ariel, una razzista, e poi ancora a Cherry, un transessuale in passato vittima delle loro angherie); da alcuni flashforward apprendiamo che persino Annie, la secondogenita della coppia McNamara, nel 2026 è una giovane agorafoba, bulimica, che ha a sua volta relazioni equivoche con un africano bisessuale (da bambina, taglia le mani di tutte le sue bambole per farle assomigliare al fratellino); l’unico innocente è il piccolo Connor, su cui ricadono tutte le colpe di una famiglia (allargata) sbandata.
Come in Lost, c’è il sentimento drammatico dell’esistenza (nemmeno da belli si riesce a essere felici) e la consapevolezza di un destino incombente sulla vita dell’uomo (la bellezza è effimera e basta poco per deturparla, lo insegna il Macellaio). C’è sì il (labile) terrore che una sventura porti via la nostra bellezza, la nostra salute o che il destino si accanisca sui nostri figli. Ma anche qui, come in Lost, non c’è empatia: la sventura è meritata, e, a peggiorare ulteriormente la situazione, i protagonisti non cambiano nel corso delle stagioni, addirittura peggiorano.
Per loro, insomma, non ci può essere compassione (tranne che per il piccolo Connor, che rimane marchiato per una colpa non sua). Tutti loro soffrono il male meritatamente.
NB Materiale non riproducibile perché depositato (tratto dalla tesi di laurea di Elena Redaelli)
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